L'infinita vanità del tutto

englishsnow:

 Jonathan Aubry

(via thesoulselects)

hadesinmelezi:

Çok seviyom la ben bunları dfghj

(via itistimeforus)

Un anno

Non è che mi manchi la fantasia, è che al momento non riesco a pensare ad un titolo decente per questo post. C’è troppo da dire. Troppo da raccontare, da ricordare. C’è forse, alla base di tutto, una linea retta, che come ente geometrico è formato da un’infinità di punti. Ecco che viene a galla, forse, il termine corretto: punti infiniti. 

C’è stato il punto, il 21 Ottobre 2013, in cui sono arrivata a Firenze e, a testa bassa, e ho vagato spaurita per la facoltà di Architettura fino all’aula 5. Il tempo di aprire la porta che la prof mi aveva già rimandato fuori:- Aspetti fuori la pausa.                                                                                  Aspettare.  Avevo già aspettato per le liste di scorrimento, avevo aspettato che sgocciolassero un nome alla volta, fino al mio.                     Fuori. Ero già fuori, fuori da ogni sicurezza, fuori orario, fuori luogo, fuori sede. 

Ci sono stati i punti di stazione - momenti in cui attendevo la coincidenza al binario 8 -  e Stazione. Santa Maria Novella, Pisa Centrale, La Spezia Centrale, La Spezia Migliarina. Il punto dove mio padre, con la faccia assonnata quanto la mia, parcheggiava la macchina, ogni mattina, alle 6. Per accompagnarmi a prendere il treno si svegliava prima, arrivava a lavoro con 40 minuti di anticipo e si faceva la barba lì, nel bagno dell’ufficio. I primi tempi faceva freddissimo a quell’ora.

C’è stato il punto in cui mi sono sentita piccola così. In cui ho percepito respinto il mio desiderio di amicizia da persone che vedevo così relativamente tranquille, divertite, a loro agio, mentre io per dire qualsiasi cosa ci riflettevo su dieci minuti e passavo molto tempo in silenzio. Mi ero convinta di essere un pò antipatica, persino. Non avevo capito che ognuno reagisce alla paura a modo suo. All’inizio, a dire la verità, di quelle persone non avevo capito niente.

C’è stato il punto in cui ho visto la macchina dei miei genitori allontanarsi, tornare a casa senza di me, ed io mi sono sentita una che finge di essere adulta quando ho infilato le chiavi nella serratura della mia prima casa da fuorisede, che all’inizio “casa ” non era: era una grande stanza in doppia condivisa con una ragazza iraniana e altre persone, la maggior parte più grandi di me. 

C’è stato il punto in cui la mia compagna iraniana mi ha portato la colazione, dal nulla, la mattina dopo avermi conosciuta, e mi ha sorriso così gentilmente, aveva fatto un gesto talmente dolce, che quella fetta di pane e Nutella accompagnata dalla tazza di latte mi è sembrato uno dei pasti più buoni mai mangiati. Sicuramente era più buono del kebab che mi ero ritrovata a mangiare per caso, la sera prima, perché avevo troppo timore di prepararmi la cena in cucina.

C’è stato il punto in cui ho iniziato ad essere più me stessa, e a stringere davvero amicizia con un gruppo particolare di persone. Ognuno che, allora come adesso, sembra un personaggio di un telefilm. Ognuno a  con la propria irripetibile storia, unica e particolare come loro, per cui sono sentita sempre più grata e ricca quando - pezzetto dopo pezzetto - mano a man hanno deciso di condividerla con me.

C’è stato il punto in cui mi ha fatto male fallire. Passare un periodo di merda, orribile, faticando come non avevo mai fatto, boccheggiando per trovare un pò di aria, libertà, leggerezza, per poi essere malamente respinta dalla professoressa. C’è stato il punto in cui, sotto la pioggia battente, osservavo  il movimento convulso ed inutile dei tergicristalli e mi chiedevo perché fossi così desolatamente triste per uno stupido esame bocciato.

Ci sono stati i punti che non tornavano, i millimetri sfalsati, il pezzo di carton plume troppo corto, troppo lungo, troppo basso, troppo brutto. Ci sono state le sigarette sul balcone della vecchia casa di Sabba, quel punto in cui Marcone ha coniato il termine “Supercicche”, ci sono stato i cartoni della pizza e le vaschette del cinese. Ci sono stati momenti in cui c’è mancato poco che ce li dovessero mettere, i punti, per i tagli col trincetto. Le nottate a girare con i materiali del plastico, chiacchierando con Kat. Le raccomandavo di fare u una corsa a casa, perché erano le tre di notte, ma lei aspettava sempre che io fossi entrata nel palazzo prima di partire con la sua bici blu. 

Ci sono stati punti in cui ho ferito le persone che amavo, in cui aveva cominciato  a camminare troppo velocemente e  nessuno riusciva a stare al mio passo. Senza accorgermene stavo diventando nervosa, irritabile, scontrosa, inavvicinabile. Ci sono stato punti che si sono staccati dalla mia linea retta, e che sono diventati punti fermi, e qualche amicizia che pretendeva troppo da me è finita.

C’è stato il punto in cui mi sono resa conto di quanto ero stata fortunata, perché la sagoma di papà era - quasi sempre - in cima alle scale all’uscita del sottopassaggio, perché potevo baciare di nuovo Lorenzo e poter sentire ancora e più forte la necessità del suo abbraccio, fortunata perché, nonostante non sia fossi (e tutt’oggi non sia) più una buona amica per le mie amiche di sempre, loro continuavano (e continuano) a volermi bene, a ricordare con me le nostre cavolate, a condividere le loro gioie e i loro dolori anche con me. Fortunata di poter conoscere la bellissima cultura di Kimia, oltre alla persona fantastica che è lei. Fortunata, ogni volta che qualcuno mi raccontava dei modi di dire di casa propria, che fosse Iran, Sicilia, Brescia, Lecce, Salerno, Firenze, Prato, Arezzo, Mercatale, Casciana, Calabria, Pontedera, Polonia, qualsiasi posto. Fortunata, per qualsiasi piatto tipico, che non avrei potuto mangiare rimanendo nella mia comfort zone. Fortunata per qualsiasi volta ho potuto chiedere o mi hanno chiesto:- Vuoi un pò di caffé?, o per quando ho potuto lavare altri piatti  oltre al  mio. Fortunata, per ogni peculiarità, per ogni piccolo dettaglio, per ogni volta in cui, per la prima volta da certe persone, mi è stato detto:- Ti voglio bene.

Ci sono stati punti di non ritorno. Belli, come San Galgano, e brutti, come accettare che non ero pronta per l’esame,o che non potevo tornare a casa prima, o che invece non avrei dovuto tornare a casa prima. Punti in cui era inutile piangere sul latte versato: si doveva andare avanti. Punti in cui proprio non me la sentivo, di andare avanti.

Questi sono solo alcuni dell’infinità dei miei punti, e ci sarebbe ancora moltissimo, ma questo post, che già nessuno leggerà, sta diventando davvero infinito. Non ho scritto nemmeno la metà , nemmeno un quarto, delle cose che ho vissuto e ho imparato, della fatica premiata, della bellezza di Firenze in certe serate, di quel  bene che voglio a coloro che ho conosciuto qui, che in un anno mi sono entrate nel cuore come mai avrei osato immaginare, della speranza che nutro per ciascuno di loro che un giorno possano realizzare i loro sogni, della frustrazione che provo per non poter essere di più, sentire di più, provare di più. Non ho descritto nemmeno una briciola di quella particolare sensazione per cui avverto il tempo scorrere sempre più velocemente, e il mio viso diventare ogni giorno leggermente più adulto.

Con tutto ciò volevo solo ribadire un concetto, un modo di dire, una frase che è abusata all’inverosimile, ma che per me, oggi più che mai, è ciò che più di vero esista.

Ovvero: se me l’avessero detto un anno fa, non ci avrei creduto.

Grazie a tutti coloro che hanno fatto sì che ciò avvenisse, grazie di volermi bene quanto io ne voglio a voi, grazie per qualsiasi cosa mi faccia sentire così grata, così ricca, così soddisfatta delle mie scelte.